Uova biologiche: perché comprarle e come riconoscerle

di Caterina, 23 marzo 2011 · 0 commenti

Ai mercati locali c’è sempre la fila ai banchi che vendono “uova di cascina”. Le uova del contadino evocano probabilmente l’immagine di galline che razzolano felici nell’aia, e per molti sono sinonimo di “uova da bere”, uova naturali, sane, biologiche. Niente di più lontano dalla realtà.

Per capirlo basta vedere se le uova sono marchiate (devono esserlo per legge): se il numero iniziale del codice è 3, vuol dire che sono uova di galline allevate in gabbia. Sulla maggior parte delle uova di cascina che vedo in giro c’è il numero 3. Non importa quello che dicono i cartelli, o quello che c’è scritto sulle confezioni. Non dobbiamo farci ingannare dalle immagini di galline sorridenti: le uova hanno un’etichetta, un codice identificativo che ci fornisce informazioni molto precise sulla loro produzione e provenienza.

Il primo numero di questo codice riguarda appunto la modalità di allevamento delle galline:

  • 3 per le galline allevate in gabbia (o batteria);
  • 2 per le galline allevate “a terra”;
  • 1 per le galline allevate all’aperto in maniera intensiva;
  • 0 per le galline allevate all’aperto in maniera estensiva e con mangime biologico.

Solo le uova di quest’ultima categoria possono essere legittimamente etichettate come “biologiche”. Sfatiamo quindi subito un mito: “uova di cascina” non è sinonimo di uova sane, naturali, e tanto meno biologiche.

Quello che succede negli allevamenti è lontano dalla nostra vista, e ci è spesso volutamente nascosto: altrimenti sarebbe molto più difficile vendere una serie di prodotti. Ma io credo che vedere e sapere sia importante, per scegliere più consapevolmente quello che finirà nei nostri piatti.

Le galline allevate in gabbia sono chiuse in spazi angusti:  secondo la direttiva europea, ogni gallina può avere a disposizione uno spazio di 550 centimetri quadrati, che in virtù delle frequenti violazioni possono diventare anche 450. Questo significa oltre 20 galline in un metro quadro (e per ognuna di loro, uno spazio inferiore a quello occupato da un foglio A4). Nella loro breve vita di macchine produci-uova, queste galline non potranno aprire le ali, razzolare, appollaiarsi, deporre le uova in un nido. Accalcate come sono le une sulle altre, le galline impazziscono e diventano aggressive: si beccano tra loro, si spennano e si cannibalizzano (per evitarlo, a volte vengono debeccate alla nascita). Si feriscono contro le gabbie, si fratturano le ossa e si ammalano di osteoporosi. Si trasmettono infezioni. Infezioni che passano anche attraverso gli escrementi: e per inciso, le galline allevate in gabbia sono disposte in verticale, per cui gli escrementi di quelle ai piani alti cadono su quelle ai piani bassi.

Ora, posto che non ci interessi il benessere delle galline, posto anche che riteniamo legittimo questo sfruttamento incondizionato e totale degli animali, possiamo essere tanto ingenui da credere che le uova deposte da galline malate, nevrotiche e riempite di antibiotici (necessari per sopperire a tutti i danni loro procurati) possano essere sane e naturali?  A parte il rischio salmonella, uno degli esempi più lampanti dei veleni che possono contaminare i nostri cibi è il recente scandalo delle uova alla diossina: in questo caso il veleno è arrivato alle uova dai mangimi convenzionali (propri della filiera industriale, non certo di quella biologica) “corretti” con residui di olio biodiesel. Il fatto che lo scandalo abbia riguardato in questo caso Germania e Olanda non deve metterci tranquilli: innanzitutto alcune di quelle uova sono arrivate anche in Italia (senza contare che le uova vengono utilizzate anche in tanti altri prodotti industriali d’importazione); in secondo luogo, in qualsiasi produzione industriale intensiva c’è il rischio che, per abbattere i costi, venga compromessa la qualità delle materie prime.

Secondo un esauriente dossier della Lav, il consumo di uova di batteria sta diminuendo a favore di uova prodotte da sistemi alternativi, anche se queste assorbono ancora una fetta minoritaria del mercato. Solo in Italia infatti, le galline costrette in gabbia sono ancora 40 milioni (circa il 90%). Ma se vogliamo ridurre i rischi per la nostra salute (e aumentare il benessere e la salute delle galline) non basta evitare le uova di batteria. Come dice Jonathan Safran Foer nel suo Se niente importa (in cui racconta senza peli sulla lingua la sua documentatissima inchiesta sugli allevamenti americani) l’etichetta “allevato a terra” applicata a polli e uova “è una stronzata” (sic). La differenza tra le galline allevate in gabbia e quelle allevate a terra sta semplicemente nel fatto che le galline non sono in gabbia. La loro prigionia non si estende in verticale, ma in orizzontale.

Le galline allevate a terra sono tenute in capannoni (in un capannone ci possono stare anche 20.000 o 30.000 polli) illuminati artificialmente. Questo significa che la loro produzione di uova è stimolata modificando il loro bioritmo attraverso la regolazione della luce e del riscaldamento: per le galline allevate a terra, proprio come per le loro colleghe ingabbiate, il giorno dura molto di più, e così la stagione calda. In questo modo sono spinte a produrre molte più uova di quelle che produrrebbero in natura. Le galline allevate a terra non hanno accesso all’aperto: questo significa che, più sono, più aumenta la possibilità di concentrazione di vapori di ammoniaca nell’aria, che di conseguenza non è molto salubre. La densità di polli per metro quadro non può superare i sette. Ve le immaginate 7 galline in un metro quadro? Significa che ogni gallina può stare comodamente in un quadrato di circa 37 cm di lato (non molto di più di un foglio A4). Significa che le galline sguazzano nei loro escrementi, si ammalano facilmente e diventano aggressive proprio come le loro infelici compagne ingabbiate.

Le cose cambiano decisamente con gli allevamenti all’aperto, anche se c’è una certa differenza tra quelli intensivi ed estensivi: nel primo caso (uova codice 1) le galline sono libere di razzolare tra la vegetazione, ma il mangime è convenzionale e lo spazio a disposizione per ogni gallina è di 2,5 metri quadri.

Le uova biologiche (codice zero) vengono invece da allevamento estensivo. Questo comporta:

  • fino a 10 metri quadri per gallina;
  • mangime biologico (cereali e mais senza additivi chimici, amminoacidi sintetici, OGM e farine di pesce);
  • maggiori garanzie per il benessere degli animali;
  • maggiori garanzie per la nostra salute, perché il settore biologico è molto più controllato e deve essere certificato per legge.

Le cascine moderne sono in gran parte delle piccole aziende, dotate di tutti gli strumenti e i macchinari tipici dell’allevamento intensivo: non hanno niente a che vedere con le immagini di galline, maiali e vacche ridenti tanto diffuse dalla pubblicità. Smettiamo di farci ingannare, leggiamo le etichette. Un uovo biologico costa in media 35 centesimi, solo due o tre centesimi in più di un uovo proveniente da allevamento a terra. Due o tre centesimi che possono fare un’enorme differenza.

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