Oggi siamo praticamente abituati a comprare tutto già fatto, dal cibo ai vestiti ai prodotti per la pulizia e l’igiene, per non parlare di tutti gli utensili e gli oggetti di uso quotidiano. Compriamo tutto già fatto perché è senza dubbio più comodo, dato che la produzione industriale ci permette di avere accesso costante e immediato a tutto quello di cui abbiamo bisogno.
Eppure, comprare tutto già fatto ha delle conseguenze non trascurabili: non solo pesa sul portafogli, ma spesso ricade negativamente sul pianeta e sulla nostra salute. Intanto, significa comprare prodotti confezionati e quindi produrre un’enorme quantità di rifiuti e imballaggi. In secondo luogo, vuol dire avere molto meno controllo su come quel cibo, quei detersivi o quei cosmetici sono stati prodotti: in tanti casi non sapremo da dove vengono, o che cosa c’è dentro, quali sostanze chimiche tossiche finiranno nel nostro stomaco o assorbiremo attraverso la pelle. Sostanze chimiche che nel frattempo avranno inquinato anche l’aria e le falde acquifere. E magari quei prodotti avranno percorso centinaia o migliaia di chilometri per arrivare a noi, sprecando petrolio e producendo grandi quantità di CO2.
Se vogliamo tenere sotto controllo tutti questi effetti collaterali, una possibile soluzione è l’autoproduzione: in ogni campo della vita quotidiana, ci sono un bel po’ di cose che possiamo autoprodurci e smettere di comprare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Io ho cominciato dal cibo, sia perché è forse la cosa più semplice e immediata quando si è abituati a cucinare, sia perché cambiare il nostro atto di consumo più essenziale (quello di mangiare) è fondamentale se non vogliamo avvelenarci né distruggere l’ambiente.
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Il 2 febbraio Consumo Virtuoso ha compiuto un anno: lo abbiamo festeggiato con la neve nell’orto (sul balcone) e con la voglia rinnovata e rafforzata di portare avanti nuove idee ed esplorare nuove strade per costruire un mondo più accogliente e sostenibile.
Fin da quando ero piccola, ho sempre sognato di fare la rivoluzione. Avevo persino un sogno ricorrente, in cui andavo in giro per il mondo a organizzarla, viaggiando di notte sui treni (notoriamente, un mezzo ecologico) e incontrando altre persone che facevano parte della “resistenza”. Bisognava resistere a qualche forza oscura che voleva contagiarci. In una variante del sogno, eravamo nella nostra città-comunità rivoluzionaria sotto assedio, l’ultimo baluardo che resisteva all’assalto dei cattivi che arrivavano dal cielo portando il “contagio” sotto forma di una gigantesca nube scura. Al di là dei risvolti fantasy e delle suggestioni in stile Città del sole, già in tenera età avevo l’idea che il mondo com’era non andasse bene, che bisognasse resistere a qualcosa, non lasciarsi “contagiare” dal modo di pensare corrente.
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Mercoledì 18 gennaio, al quarto incontro di “Cibo, salute e ambiente”, abbiamo parlato di quello che succede sotto il mare. Nel corso di questi incontri abbiamo più volte sottolineato come la nostra catena alimentare si basi sul distacco, e da questo punto di vista il mare rappresenta nella maniera più concreta ed evidente l’abisso che c’è tra noi e il modo in cui il cibo viene prodotto e arriva nel nostro piatto.
Tutto quello che avviene sotto il mare è nascosto alla nostra vista, e così tutti i danni che ogni giorno arrechiamo a questa risorsa vengono come inghiottiti da questa immensa coltre d’acqua. Così possiamo continuare a rappresentarci il mare come inesauribile e pieno di vita, e possiamo restare affezionati alla vecchia idea romantica del pescatore solitario che se ne va in giro con la sua barchetta, le sue lenze e le sue piccole reti. Ma la realtà è quanto mai distante dalle nostre rappresentazioni, e la pesca odierna si può piuttosto descrivere come una vera e propria guerra contro i pesci.
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È proprio vero che l’agricoltura intensiva, con le sue monocolture, i suoi pesticidi e i suoi OGM, è la soluzione per sfamare il mondo?
Questa è la versione ufficiale della storia, ma a ben guardare, è una versione che presenta molte contraddizioni e lati oscuri: ne abbiamo parlato mercoledì 11 gennaio al terzo incontro di “Cibo, salute e ambiente”.
Una rivoluzione “verde dollaro”
L’agricoltura attuale è figlia della Rivoluzione verde, che negli anni ’40 ha spianato la strada alle ricerche su pesticidi e varietà geneticamente selezionate, con la finalità dichiarata di combattere la fame nel mondo. Secondo l’agiografia ufficiale, il padre della rivoluzione è stato il genetista Norman Borlaug, che con le sue ricerche sulle varietà di grano e mais in Messico ha permesso di creare colture resistenti ai climi avversi dei paesi del Terzo Mondo, e nel 1970 ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno per debellare la fame.
Ma dato che la scienza non può progredire senza il denaro di chi la finanzia, la domanda fondamentale da porsi è: chi c’era dietro a Norman Borlaug?
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Nel 1972, Italo Calvino scriveva Le città invisibili e raccontava di Leonia, una città che “rifà se stessa tutti i giorni”: ogni giorno gli abitanti dormono in lenzuola fresche, usano saponette appena sgusciate e indossano vestaglie nuove fiammanti, mentre “i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio”. I grandi scrittori, come sempre, vedono lontano, e la descrizione di Leonia è quanto mai profetica e stigmatizza alla perfezione tutta la follia del nostro mondo usa e getta, in cui ogni giorno si producono tonnellate di rifiuti di cui amiamo non preoccuparci, “perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare“.
Ma noi invece vogliamo pensarci: come Calvino, noi vogliamo guardare lontano e amiamo preccuparci di dove va a finire quello che buttiamo via. È di questo che abbiamo parlato al secondo incontro di Cibo, salute e ambiente. Perché quando si parla di alimentazione sana e sostenibile, non si possono ignorare tutti i rifiuti legati alla produzione e al consumo del cibo. E quindi non si può non parlare di sprechi alimentari e delle tonnellate di imballaggi usa e getta che affollano le nostre discariche e ingolfano i nostri mari.
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La nostra catena alimentare è basata sul distacco, sull’ignoranza, sulla dimenticanza: siamo abituati a ritrovarci l’insalata o la bistecca nel piatto senza sapere come ci siano arrivate né come siano state prodotte. Spesso non ci poniamo neanche il problema, dando per scontato che se ci sono arrivate, vorrà dire che ci fanno bene. E continuiamo a mangiare e a fidarci di un’industria che propone molti miti (che parlano di allegre fattorie, animali felici e cibi sani e genuini), senza sapere che la realtà è molto diversa, che un atto tanto necessario quanto apparentemente innocente come quello di mangiare ha in realtà un enorme impatto sull’ambiente e sulla nostra salute.
È su questo tema che ci siamo concentrati mercoledì 14 dicembre nel corso di “Mangiare sano, mangiare sostenibile“, primo dei 5 incontri del ciclo “Cibo, salute e ambiente”. Come scrive Michael Pollan nel Dilemma dell’onnivoro, decidere che cosa mangeremo a cena sembra essere diventato terribilmente complicato: ormai ci vogliono i giornalisti d’inchiesta per dirci da dove viene il cibo, e i nutrizionisti per mettere insieme un menu equilibrato. Ed è proprio quello che abbiamo cercato di fare mercoledì: siamo andati a cercare quello che si nasconde dietro al cibo prima che arrivi nel nostro piatto, abbiamo passato in rassegna alcuni dei “danni che infliggiamo al mondo” attraverso il cibo, e con l’aiuto della nutrizionista Nicoletta Chiornio abbiamo esplorato le alternative per un’alimentazione sana e sostenibile.
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Sappiamo davvero che cosa mangiamo? Da dove viene il nostro cibo? Sappiamo come è stato prodotto, che storie raccontano l’insalata o la bistecca che ci ritroviamo nel piatto? Come influisce il nostro regime alimentare sull’ecosistema e sulla nostra salute?
Per cercare di rispondere a queste domande e discutere insieme di come alimentarci in maniera sana e sostenibile, Consumo virtuoso e l’associazione Amici di Glocandia, con il patrocinio della Circoscrizione 1, presentano un ciclo di 5 incontri a ingresso libero presso il salone della Circoscrizione 1 in via Dego 6 a Torino.
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Quando parlo di attenzione all’ambiente (e alla salute) mi capita spesso di sentirmi dire: “Sì, ma non me lo posso permettere”. C’è un po’ quest’idea che vivere in maniera ecosostenibile costi di più, che sia una cosa d’élite, riservata a chi non ha preoccupazioni su come arrivare alla fine del mese: i prodotti ecologici (per la casa e l’igiene personale) costano molto di più di quelli convenzionali, per non parlare del cibo biologico, che in Italia sembra proprio una cosa da ricchi.
Vorrei sfatare questo mito: vivere in maniera sana ed ecocompatibile non significa spendere di più, anzi: in molti casi può essere un modo per risparmiare.
Vediamo come e perché.
Ogni anno milioni di imbarcazioni alimentate da combustibili fossili solcano i mari, incidendo fortemente con le loro emissioni sulla salute dell’ecosistema marino. Che fare per navigare più green? Ce lo chiedevamo quest’estate su Goletta Verde, e la prima risposta che viene in mente è: semplice, basta andare a vela. Ma in realtà non basta affidarsi al vento per navigare senza impatto, perché il vento spesso non c’è o non è sufficiente, e la stessa Goletta, che dovrebbe essere l’eco-barca per eccellenza, andava quasi sempre a motore (un vecchio motore rumoroso e inquinante): altro che barca a impatto zero. E allora, che cosa si fa se nei giorni di calma piatta non vogliamo accendere il nostro bel motore a gasolio? Un’alternativa concreta è il sole, che nella bella stagione c’è quasi sempre e per molte ore al giorno, e dunque può essere fonte costante (e gratuita) di energia. Un’energia che può essere immagazzinata e utilizzata anche di notte o quando è brutto tempo. Sembra un’utopia, ma in realtà di imbarcazioni solari ne esistono già: alcune già navigano, molte altre sono in fase di studio o di realizzazione.
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Durante le mie esplorazioni estive ho visto molta immondizia e barbarie, ma ho anche scoperto realtà nascoste (soprattutto lontano dalla costa) che fanno le cose in modo diverso. Ho visitato fornai e cooperative che si dedicano al biologico da 30 anni e si impegnano per vivere e produrre in armonia con l’ambiente.
Tutto questo mi ha ancora più convinta di due cose, quelle per cui ho cominciato a sperimentare vie alternative e a scrivere su questo blog:
- Gli attuali modelli di produzione e di consumo sono deleteri, per noi e per l’ambiente.
- Cambiare stile di vita è necessario, ed è possibile.
Quando parlo di cambiare gli stili di vita, spesso mi sento dire che non dipende da noi, che la colpa è di chi progetta le cose o di chi legifera. Perché la responsabilità è sempre degli altri: se ogni giorno al lavoro consumiamo 3 o 4 bicchierini di plastica usa e getta a testa (che fa milioni di bicchierini non biodegradabili al giorno) per bere caffè scadente, mica dipende da noi? “È il legislatore che dovrebbe proibirne la commercializzazione, io che cosa ci posso fare?”, mi sono sentita obiettare. E certo: mica noi possiamo scegliere di non utilizzarli? Mica possiamo portarci la nostra tazzina da casa? Troppa fatica: bisogna pensare, e non c’è mica tempo.
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